Potrebbe non essere un animale esotico o selvaggio, ma il tuo cane o il tuo gatto il potenziale “colpevole” della prossima pandemia. Quella che potrebbe sembrare una provocazione è in realtà una delle scoperte più sorprendenti emerse da un recente studio della Washington State University. I ricercatori, grazie all’uso avanzato dell’intelligenza artificiale, hanno avviato un’analisi approfondita volta a identificare le specie animali che potrebbero, in futuro, ospitare virus pericolosi per l’uomo.
L’obiettivo è ambizioso ma urgente: anticipare la prossima pandemia prima ancora che si manifesti. In un mondo iperconnesso dove i virus si diffondono a una velocità senza precedenti, strumenti predittivi come questi potrebbero diventare la chiave per evitare nuove catastrofi sanitarie globali. E la parte più inquietante? Le minacce potrebbero celarsi proprio dietro la porta di casa, sotto forma di innocui animali da compagnia.
L’uso dell’intelligenza artificiale per prevedere le pandemie
Grazie a modelli di apprendimento automatico, un team di esperti ha analizzato migliaia di dati genetici virali e caratteristiche comportamentali di diverse specie animali. L’obiettivo? Identificare in anticipo gli animali che potrebbero ospitare virus pericolosi per l’uomo, in particolare quelli appartenenti alla famiglia degli orthopoxvirus, la stessa che include il vaiolo e il più recente mpox (ex vaiolo delle scimmie).
Gli animali domestici sotto osservazione
La sorpresa più inquietante è che tra gli animali potenzialmente più a rischio figurano proprio cani e gatti domestici, insieme a specie come procioni, donnole, puzzole e lontre. Il modello ha escluso invece i ratti, nonostante il loro storico legame con la Peste Nera, poiché ritenuti resistenti al mpox nei test di laboratorio.
Le zone geografiche a rischio
Le zone più a rischio secondo l’IA? Sud-est asiatico, Africa equatoriale e bacino dell’Amazzonia: aree in cui c’è un’alta concentrazione di animali portatori, combinata a una scarsa copertura vaccinale contro il vaiolo. Queste condizioni creano un terreno favorevole all’emergere di nuovi focolai virali.
L’importanza della prevenzione e del monitoraggio
Secondo Stephanie Seifert, docente presso la Paul G. Allen School for Global Health, circa il 75% dei virus emergenti nell’uomo proviene dal mondo animale. Capire con precisione quali specie sono più pericolose è fondamentale per pianificare interventi preventivi ed evitare scenari simili a quelli vissuti con il COVID-19.
Un approccio innovativo nella ricerca epidemiologica
A differenza di modelli precedenti, questa nuova tecnologia non si basa solo sulle caratteristiche dell’animale ospite, ma anche su quelle genetiche del virus. Secondo Pilar Fernandez, ecologo delle malattie e co-autore dello studio, questo consente di prevedere con maggiore accuratezza il potenziale zoonotico dei virus e le modalità con cui potrebbero saltare da una specie all’altra, arrivando infine all’uomo.
Anche se i risultati potrebbero sembrare allarmanti, gli scienziati sottolineano che non si tratta di demonizzare gli animali domestici, ma di aumentare la consapevolezza e migliorare i sistemi di monitoraggio, anche nelle aree urbane. La presenza di animali infetti in contesti domestici rappresenta infatti una minaccia più difficile da rilevare rispetto a quanto avviene in ambienti selvaggi.
L’intelligenza artificiale, in questo scenario, si rivela uno strumento chiave non solo per anticipare l’epidemia, ma anche per indirizzare le future campagne di campionamento e prevenzione nei luoghi e tra le specie più a rischio. In un mondo sempre più interconnesso, la differenza tra una pandemia contenuta e una globale potrebbe dipendere proprio da algoritmi capaci di leggere i segnali prima che sia troppo tardi.