Anno dopo anno si rincorrono le date sul calendario e arrivano, in questi giorni di primavera, dei momenti celebri come “nodi del freddo”. Proprio così: quando già stiamo sognando il sole e l’estate, ci sono dei bruschi cambiamenti all’orizzonte. Ma cosa si nasconde dietro questi giorni? E quando cadono davvero i “nodi del freddo”? Non ci resta che provare a scoprirlo insieme, anche perché dietro c’è una tradizione popolare che affonda le radici in un passato di saggezza contadina, miti e perfino un po’ di magia.
- Le sorprese di primavera: i “nodi del freddo”
- Una questione di "nodi": cosa accade il 10 aprile e il 25 aprile
- I riti per scacciare l’inverno nei “nodi del freddo”
Le sorprese di primavera: i “nodi del freddo”
Siamo abituati ad un’immagine della primavera che semplicemente si scontra con la realtà: non solo fiori e tepore, ma anche dei momenti di freddo non indifferente che di volta in volta ci colgono di sorpresa.
Lo sapevano bene gli agricoltori di un tempo, che tenevano gli occhi sempre puntati sul calendario, segnando in rosso alcune date in cui i campi in fiore rischiavano di soffrire dei “freddi a sorpresa” portati dalla primavera.
Le due date in questione sono il 10 aprile, noto con il nome di “nodo del cuculo” e il 25 aprile, il giorno di San Marco, chiamato appunto “nodo di San Marco”. Due giornate che venivano rispettate e addirittura temute poiché tradizionalmente foriere di gelate improvvise, vento gelido e un’ultima zampata di un inverno ormai in ritirata.
Una questione di “nodi”: cosa accade il 10 aprile e il 25 aprile
La definizione di 10 aprile e 25 aprile come “nodi del freddo” nasce dall’osservazione del meteo e dal fatto che, in maniera ricorrente, le due date sembravano rappresentare due punti critici dell’anno. E perciò dei “nodi” nei quali le temperature sembravano retrocedere all’improvviso dalla colonnina del termometro.
Erano preceduti dai “giorni della Vecchia”, ovvero 29, 30 e 31 marzo, in cui l’inverno in persona (la vecchia) si ripresentava sotto le spoglie di un’anziana pastora un po’ incauta, che usciva con il suo gregge per portarlo al pascolo. Marzo, però, da mese dispettoso, prendeva in prestito tre giorni da aprile e le regalava un’ultima tormenta di vento e neve.
Per questo motivo, nella cultura contadina, questi giorni erano visti come dei possibili campanelli d’allarme per chi si occupava della semina e dei raccolti poiché rischiavano di mandare all’aria gli sforzi di mesi di lavoro grazie a una sola gelata tardiva.
Praticamente, sono un monito a non fidarsi del primo sole caldo di primavera.
I riti per scacciare l’inverno nei “nodi del freddo”
Non è dunque un caso che per esorcizzare il freddo improvviso di questi giorni e salutare definitivamente l’inverno, le comunità contadine in giro per il nostro paese avevano creato dei veri e propri riti propiziatori.
In Veneto, ad esempio, era diffusa la tradizione di bruciare un fantoccio di paglia che rappresentava la “Vecchia”, salutando così l’arrivo della primavera con falò liberatori. In Romagna si celebrava la “Segavecchia”, una festa durante la quale un fantoccio veniva simbolicamente segato in piazza, in una sorta di catarsi collettiva. Qualcosa di simile si faceva anche nelle province di Benevento, Caserta e in Molise, legando le date a quelle della Quaresima, dove la “Vecchia” diventava simbolo di una Terra che, dopo il gelo dell’inverno, si riapre e si prepara a regalare i suoi frutti all’umanità.
Oggi, anche se abbiamo le app meteo sul nostro smartphone e ci affidiamo ai satelliti per prevedere il tempo, queste leggende conservano tutto il loro fascino. Forse perché, in fondo, un po’ ci piace pensare che la natura sia ancora capace di sorprenderci, al di là delle previsioni.
Così, se anche quest’anno il 10 e il 25 aprile l’aria si dovesse rinfrescare di colpo, ci verrà naturale sorridere e dare la colpa alla Vecchia. Dopotutto, la saggezza popolare aveva (e ha) sempre un fondo di verità.